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Guido Clemente di San Luca a TN - Il filo rosso che lega la ‘cultura calcistica’ della storia recente del Napoli

di Redazione Tutto Napoli.net

Guido Clemente di San Luca, Ordinario di Diritto Amministrativo all'Università della Campania Luigi Vanvitelli, ha espresso alcune considerazioni in chiave Napoli prima della sfida alla Lazio.

"Mancano 14 partite, abbiamo 18 punti sulla seconda. Se questa le vincesse tutte, arriverebbe a 89 (47+42=89). Perciò, per la matematica, dobbiamo farne 25 (65+25=90). Cioè 8 vittorie ed 1 pareggio. Possiamo perderne 5. V’è un diffuso comprensibile entusiasmo, alimentato anche da una parte consistente dei media (in una maniera che non sempre appare esente da fondati sospetti di dietrologia), e tuttavia fa bene il mister ad ammonire che «Può succedere di tutto, basta un dettaglio per invertire tutto, funziona così».

In questo clima si sprecano le analisi sul ‘fenomeno’ Napoli. I commenti su come la città stia vivendo il momento. Nonché previsioni su come vivrà l’epilogo. E persino auspici e/o suggerimenti su come dovrebbe viverlo. D’altra parte, senza che vi si dia peso – tutti presi come si è dalla perentoria ripresa della ‘grande bellezza’ –, continua l’offensiva delle varie truppe che compongono l’esercito dei predicatori della necessità di trasgredire le regole del giuoco, sul presupposto (non dichiarato) che queste non siano norme giuridiche sottostanti (in quanto tali) alla metodologia ermeneutica propria del diritto.

Sul primo punto, sembra più che condivisibile l’affermazione secondo cui in questo Napoli «si possono intravedere esiti e riflessi del passato, piccole tracce di tutte le esperienze vissute, un blocco unico». È vero che in qualche modo i dribbling di Kvaratskhelia ricordino quelli di Lavezzi (non del tutto che il dribbling sia stato «reso marginale» dal «modello egemone di conservazione della palla»). Che vi sia «un’eco» di Higuain nel numero di gol di Osimhen. Che non di rado Zielinski ricordi l’eleganza di Marekiaro (un po’ meno che Elmas sia «un’ala che negli equilibri e in certe movenze riprende il modello Callejon»). Che Simeone «entra e segna» un po’ rievocando le gesta di Duvan Zapata. Che nella consistenza fisica di Anguissa si riveda quella di Allan (e persino di Bakayoko, ma forse di più quella di Gargano). Che nel «meraviglioso Lobotka» si ritrovi la saggezza tattica di Jorginho (ma anche quella del prezioso Demme di due anni fa). Che Di Lorenzo richiami l’opera di Maggio (ma anche quella di Hysaj). Che Mario Rui ripercorra le gesta di Ghoulam (fra parentesi, segnalatosi per una bellissima dichiarazione d’amore verso la città ed il popolo azzurro). Infine che Kim si manifesti come «un’evoluzione di Koulibaly». È tutto vero.

V’è un evidente filo rosso che tiene insieme la ‘cultura calcistica’ della storia recente del Napoli, da Mazzarri a Spalletti, ben riflettente quella della città. Con una evidente intermittenza soltanto nella sfortunata parentesi ancelottiana (uno dei pochi errori di ADL, cui peraltro – seguendo il suo fiuto e la sua scaltrezza fuori dal comune – prontamente pose rimedio riprendendo a dar ascolto a Giuntoli, che felicemente si rivolse al ‘medico’ Gattuso).

Una evoluzione coerente nonostante qualche (apparente, non reale) contraddizione. Partendo dalla squadra operaia (ma straordinaria per tenacia ed efficacia) di Mazzarri, e passando per il superamento della ‘provinciale’ aspirazione alla ‘internazionalizzazione’ che connotò la stagione di Benitez (molto utile, peraltro, per l’acquisto di giocatori importanti), prese l’avvio, con Sarri, una visione ‘rivoluzionaria’. Sogno ripreso per i capelli dalla pertinace caparbietà di Gattuso, e finalmente – se tutto continuasse ad andare come sta andando – trasformato in realtà da Spalletti. È vero, dunque, che nelle parole di questi si rinvengano tracce cospicue di quelle pronunciate 5-6 anni fa dal ‘comandante’. Molto eloquenti quelle pronunciate proprio ieri: «lui è stato un po’ un masaniello calcistico, si è reso capo-popolo di una rivolta del modo di vedere il calcio. Io a casa sceglievo sempre di vedere il Napoli di Sarri e lo applaudivo in piedi […] e sui campi di Castel Volturno ancora ci sono le linee di passaggio del suo calcio». Stasera, perciò, con la Lazio sarà sfida particolarmente significativa perché evocativa del percorso che ardentemente desideriamo portare a conclusione.

Più d’una perplessità suscita, invece, l’ammonimento sull’«ultimo mattoncino» che la città e le sue istituzioni dovrebbero mettere. Se e quando si realizzeranno i presupposti per farla, la ‘festa’ si svolgerà dando libero sfogo alla fantasia creativa del popolo azzurro, ontologicamente refrattaria a qualsiasi omologazione. Non è del ‘caos’ che ci si deve preoccupare. Quello è nostro tratto fisiologico, esattamente come «l’accento argentino» che invitò a festeggiare «insieme senza invadere il campo», e come l’amara intelligenza raccomandante di non «dimenticare il gas e l’acqua aperti».

Quanto alla seconda questione, è sufficiente ricordare le dichiarazioni di Casarin, il quale (prima sul Corriere della sera, e poi a Radio anch’io sport su Radio 1 del lunedì mattina), non limitandosi ad auspicare il cambiamento delle regole vigenti (ciò che sarebbe legittimo), ha letteralmente istigato a non rispettarle, propugnando la loro alterazione mediante una interpretazione arbitraria. «All’inizio di Bologna-Inter Daniele Orsato ha preso, in area dell’Inter, due provvedimenti tecnici esemplari che tutti gli altri colleghi dovrebbero adottare cancellando finalmente i dubbi seminati negli ultimi anni per casi simili». Niente da eccepire sul «fuorigioco attivo per quel tipo di interferenza di Dominguez sul tiro di Barrow diretto verso la rete». È viceversa aberrante sostenere che vi sia «mai calcio di rigore per contatto casuale e involontario del pallone sul braccio di Darmian in caduta da perdita di equilibrio». In base alla regola vigente, è vero l’esatto contrario. Senza alcuno spazio di opinabilità".


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