Le bandiere non esistono piu', ma non sparate su Cavani
Cavani sì, Cavani no. Ormai è un virus che contamina Napoli. Tutti in attesa dell’ultima parola sul futuro dell’attaccante uruguaiano. All’edicola, al supermercato, ai bar. El Matador è argomento fisso di discussione. Con tanti tifosi del Napoli che storcono il naso rispetto all’apertura di Cavani a cambiare club. Dimenticando, da tifosi appassionati, una verità intangibile: i calciatori bandiera appartengono al passato. Maldini, Totti, Del Piero. Simboli di un pallone che non c’è più, e da un pezzo. Gli atleti vanno, la maglia resta. Ed è importante con qualche spirito sia indossata. Cavani non è una bandiera, non ha mai detto di voler diventare la bandiera del club, ma “solo” un attaccante formidabile che durante la sua permanenza in maglia azzurra ha dato tutto per la causa (ricevendo anche tanto, da tifo, allenatore e società). Sempre in prima fila, combattivo, un leader per il gruppo, non solo per i 110 gol in tre anni. Trascinatore anche nell’ultima stagione, particolarmente travagliata per episodi legati alla sua vita privata. Quindi, Cavani va apprezzato per il decisivo contributo alla crescita del Napoli. Se arriva, o è già arrivata, la chiamata del Real Madrid (sua prima opzione) o del Chelsea di Mourinho, è nella logica delle cose accettare, andando a giocare o nel club più blasonato al mondo oppure a Stamford Bridge con lo Special One, dove in due anni sono arrivate Champions League ed Europa League. Il Napoli cresce, ma non è ancora a quei livelli. Certo, può starci anche la scelta di Marek Hamsik: rimanere al Napoli, crescere ulteriormente con la maglia azzurra, magari vincere uno scudetto, una Coppa. Ma è lecito anche provare una nuova esperienza professionale, magari in un altro campionato. Così come è fisiologica la delusione per i tifosi, consapevoli che un attaccante del genere capita raramente da queste parti. Ma non si gridi al tradimento, dimenticando un’intensa storia assieme durata tre anni.