Clemente di San Luca a TN: "Campionato col verme! Spalletti? Ha esibito il peggio di sé"
Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, si è espresso così ai nostri microfoni: "Ieri un risveglio amarissimo. Dopo una notte agitata. In realtà, ero riuscito ad addormentarmi solo perché, una volta a letto, mi sono di fatto imposto di rimuovere le cause dell’adrenalina («eccitamento fisiologico del sistema nervoso simpatico») negativa, leggendo della impune protervia della sedicente ‘civiltà occidentale’ sugli assassinii a sangue freddo di stampo fascista degli agenti ICE, negli USA, nonché del dibattito sul referendum sulla giustizia, intriso di argomenti impropri da entrambi gli schieramenti. Rabbia scaccia rabbia. E così sono riuscito a finire tra le braccia di Morfeo. Ma dopo poche ore, complice il notturno richiamo prostatico dell’età, mi sono svegliato. E non ho più ripreso sonno. Perché non riuscivo a scacciare dalla mente il pensiero del disegno che sta prendendo forma in maniera nitida, obiettivamente (non abbiamo prove sulla intenzionalità): quello di far ritornare centrale, nell’immaginario collettivo, il duello tutto milanese per lo scudetto. Tranne poche eccezioni, nei media nazionali il racconto della partita è incredibilmente falso, un vero e proprio simulacro della deontologia giornalistica.
La ricerca ed il racconto della verità sepolti dalla esultante esaltazione non colorata, sproporzionata rispetto all’effettivo valore della prestazione. Dicesi «simulacro» una «rappresentazione esteriore non rispondente alla realtà». Detto altrimenti, quello che i commenti rappresentano – «Severa lezione al Napoli»; «S’è vista una sola squadra in campo»; «La Juve ha stravinto meritatamente»; «Trionfo bianconero», e via dicendo – costituisce un’apparenza, una parvenza. Quanto s’è visto viene talmente trasformato dalla sembianza proposta dal racconto che se ne muta la percezione. Soprattutto nei salotti televisivi. Nonostante il Napoli sia in evidente debito di ossigeno – sulle cause del quale si riprenderà a ragionare dopo la partita col Chelsea –, Conte ha giustamente osservato che, fino ad una decina di minuti dalla fine, «La partita era totalmente in equilibrio. Dopo il secondo gol è inevitabile che si sono aperti gli spazi». Perché quello «è stata una mazzata importante a livello psicologico». La rappresentazione dei media non è veritiera, perché costruita come se l’operato clamorosamente illegittimo della squadra arbitrale sia stato del tutto ininfluente sul risultato. Alla fine del primo tempo ho scritto agli amici su whatsapp: «Fallo su Di Lorenzo nel gol e doppio rigore senza che il VAR intervenga!». Mi pare assai opportuno, al riguardo, richiamare il post di Paolo Ziliani (del “Fatto quotidiano”): «Scandalo vero. Due rigori nella stessa azione: Bremer che mette le mani al collo di Hojlund e lo cintura prim’ancora che la palla parta e Kalulu che sotterra Vergara disinteressandosi del pallone. Due rigori = nessun rigore. Né per Mariani, né per il VAR (Doveri).
«Il campionato col verme è vivo e lotta assieme a noi». E le parole di Mauro Bergonzi alla RAI: «Le immagini parlano chiaro, lascio a voi i commenti. Sul primo gol c’è fallo di Thuram su Di Lorenzo per uno sgambetto che l’arbitro poteva sanzionare, ma non essere richiamato al Var. Su Hojlund e Vergara ci sono due rigori». Bergonzi ha torto soltanto nel dire – mentendo, credo, sapendo di mentire – che l’arbitro non poteva «essere richiamato al VAR». E allora, piccolo ripassino per gli studenti meno diligenti. L’arbitro deve garantire il rispetto delle regole del gioco da parte dei calciatori. Secondo il Protocollo, il VAR ha il dovere giuridico di chiamare l’arbitro alla review ogni qualvolta – nelle quattro fattispecie codificate – si presenta un episodio caratterizzato da un mancato o dubbio accertamento del fatto. Ogni essere umano può sbagliare. Ha sbagliato Juan Jesus al 77° (fino ad allora era stato forse il miglior azzurro in campo). Poteva sbagliare Mariani nel non vedere. Come sbagliò Doveri a Milano, quando non vide il pestone di Rrahmani (anche se le sue parole furono «Nulla, nulla»). Ma lì, correttamente, il VAR intervenne per consentirgli di correggere il suo errore scusabile. Così come, correttamente, intervenne il VAR col Verona, anche se poi Marchetti prese una decisione illegittima. E come correttamente è intervenuto il VAR domenica a Genova, dove pure Maresca ha assunto poi una decisione illegittima. Un caro amico, autorevole magistrato in pensione, mi ha scritto: «Doveri è la stessa persona che in Inter-Napoli non vide il rigore e fu richiamato dal VAR. In campo penale la relazione fra le due partite evidenzierebbe un evidente dolo».
Purtroppo, ha torto il mister quando afferma che «Forse era meglio prima perché tolleravi un errore umano, mentre con un video faccio fatica». Il VAR va tutelato. Guai a farne a meno. Sarebbe un clamoroso passo indietro nella battaglia per la legalità. Va liberato dall’improprio arbitrio assoluto della classe arbitrale. La verità è che ha definitivamente preso piede una vera e propria istigazione a violare le regole. Sono emblematiche le parole di personaggi come Capello, che senza pudore invoca il «lasciar correre» sui falli, per favorire la fluidità del gioco. Se uno ci riflette con attenzione, mutatis mutandis, è la medesima cultura che muove Trump a giustificare gli omicidi degli agenti ICE. Lasciatemi dedicare la chiusura a Spalletti, che purtroppo non ha perso l’occasione per esibire il peggio di sé. Una menzogna ridicola: «Il Napoli aveva in campo ben dieci titolari su undici». E uno scivolone gratuito: «Se vinci contro gli ex Campioni d’Italia ti dà ancora più certezze». Caro concittadino onorario, voglio credere che il lapsus sia stato generato, non dalla cattiveria, ma dall’aver talmente impresso nell’anima il suo scudetto (stradominato) a Napoli di tre anni fa – rispetto al quale gli azzurri possono correttamente essere definiti «ex» – da cancellare dalla memoria quello (meno trionfale) per cui siamo i Campioni d’Italia in carica".