Lavezzi si racconta: "A Napoli vissuto qualcosa di unico! Infanzia dura, ho dovuto chiedere aiuto"
Ezequiel Lavezzi, ex attaccante del Napoli, si è raccontato al podcast argentino 'Olga' in una lunghissima intervista rilasciata a Miguel Granados. Il Pocho ha ripercorso tutte le fasi della sua carriera con alcuni retroscena inediti dal punto di vista personale.
L’infanzia di Lavezzi e il calcio come salvezza.
Che bambino eri e da dove vieni? “Sono cresciuto a Villa Gobernador Gálvez, dove ho trascorso tutta la mia infanzia e dove ho iniziato a giocare a calcio. I miei genitori si separarono quando ero molto piccolo e spesso erano gli allenatori a passare a prendermi per portarmi agli allenamenti.”
Il calcio è stato subito la tua strada? “Non esattamente, perché a un certo punto mi annoiavo e tra i 13 e i 15 anni smisi addirittura di giocare. Poi però il calcio mi ha rimesso sulla giusta strada e, guardando indietro, penso davvero che mi abbia salvato.”
In che senso dici che il calcio ti ha salvato? “Perché il quartiere era difficile e molte cose, quando ci vivi dentro, ti sembrano normali anche se non lo sono. Il calcio mi ha dato un’opportunità diversa e mi ha allontanato da una realtà in cui molti miei amici si sono persi.”
Hai lasciato presto anche la scuola? “Sì, sono arrivato fino al terzo anno delle superiori. Poi è successo tutto molto rapidamente e mi sono ritrovato dentro una vita che non avevo pianificato, cercando solo di gestirla giorno dopo giorno.”
Gli inizi e la paternità
Che rapporto avevi con la professione del calciatore? “Io non ho mai vissuto il calcio come un peso. Ho sempre giocato per divertimento e, anche quando aumentavano le responsabilità, non ho mai seguito la vita perfetta del professionista.”
Hai davvero pensato più volte di smettere? “Sì, perché mi annoio facilmente e mi è capitato tante volte di pensare di lasciare, anche quando le cose andavano bene. Però in campo riuscivo sempre a ritrovare il piacere del gioco.”
Sei diventato padre molto giovane. “Sì, avevo circa vent’anni, ai tempi di San Lorenzo. È nato Tommy, che oggi ha 21 anni, e anche se con sua madre la relazione è finita, tra noi è rimasto un buon legame.”
L’Italia e l’amore di Lavezzi per Napoli
Com’è stato il primo impatto con l’Italia? “All’inizio non fu facile, perché non mi sentivo pronto a lasciare la mia vita, i miei amici e le mie abitudini. In quel periodo arrivai perfino a pensare di smettere di giocare.”
Poi però è arrivato il Napoli. “Sì, a Napoli ho vissuto qualcosa di unico. La gente mi ha accolto come se fossi uno di loro e si è creato un legame speciale che ancora oggi faccio fatica a spiegare.”
Perché Napoli è stata così diversa dalle altre piazze? “Perché lì l’affetto del pubblico supera i limiti normali del calcio. A un certo punto non potevo più uscire di casa, ma allo stesso tempo sentivo di essere entrato davvero nel cuore della città.”
Quel livello di popolarità ti ha tolto libertà? “Moltissima, perché anche fare una cosa semplice diventava complicato. A volte, quando c’era mio figlio con me, dovevamo trovare modi assurdi per uscire tranquilli, ma resta comunque uno dei periodi più belli della mia vita.”
Ti è pesato vivere lontano da tuo figlio? “Sì, quello un po’ di senso di colpa te lo lascia sempre. Però sapevo anche che stavo costruendo il mio futuro e cercavo di esserci nei momenti in cui potevo.”
Lavezzi nella nazionale argentina
Che cosa ha rappresentato per te la Seleccion? “La nazionale è il massimo per qualsiasi giocatore e per me è sempre stato un sogno. Ci sono arrivato presto e col tempo ho imparato a viverla in modo diverso, senza farmi travolgere troppo da quello che si diceva fuori.”
Le critiche ti hanno mai condizionato? “No, perché non sono uno che vive leggendo o guardando tutto. Io sapevo quando giocavo bene e quando no, e mi bastava quello che sentivo io in campo.”
Gli anni al PSG e il rapporto fra Lavezzi e Ibrahimovic
Parigi che cosa ha rappresentato nella tua carriera? “Parigi per me ha significato soprattutto libertà. Dopo anni in cui non potevo neanche camminare per strada, lì potevo uscire, passeggiare, andare a cena a piedi, e questo per me era già tantissimo.”
Eppure hai sempre detto che Napoli è un’altra cosa. “Sì, perché Parigi mi ha voluto bene, ma Napoli ti travolge. Lì la gente vive il calcio con una forza emotiva che non ho trovato da nessun’altra parte.”
Che ricordo hai dello spogliatoio del PSG? “Ho legato bene con tutti, anche perché arrivavano tanti giocatori dall’Italia e si parlava molto italiano. E poi con Zlatan è rimasto un rapporto vero: ci sentiamo ancora ogni tanto.”
Ibrahimovic com’era fuori dal campo? “Forte anche lì, esattamente come lo immaginano tutti. Una notte facemmo tardi insieme e il giorno dopo io mi allenai normalmente, mentre lui era distrutto e mi guardava stupito.”
La carriera di Lavezzi in Cina
Perché hai scelto di andare in Cina? “All’inizio la motivazione era economica, inutile negarlo. Poi, una volta arrivato lì, ho scoperto un’esperienza che mi ha dato molto più di quanto immaginassi.”
In che senso? “Ho trovato tempo, curiosità, libertà, persino una dimensione culturale che mi ha fatto bene. Pensavo di dover resistere due anni, invece sono stato così bene da restarne quattro.”
Avevi dubbi prima di partire? “Tantissimi, tanto che fu una delle poche volte in cui passai notti intere a chiedermi cosa fare. Parlai anche con compagni come Ibrahimovic, Thiago Silva, Maxwell e Pastore, e tutti mi dissero di cogliere quell’occasione.”
Il legame del Pocho con il quartiere e la famiglia
Quanto sei rimasto legato al ragazzo del quartiere? “Moltissimo, perché i miei amici sono ancora quelli di sempre. Mi piace ancora godermi le cose semplici, un asado, una chiacchierata, i ricordi condivisi.”
Il quartiere però ti ha lasciato anche ferite profonde. “Sì, perché tanti amici non ci sono più e quella realtà si è portata via molte persone della mia età. Per questo dico che sono stato fortunato e che il calcio, nel mio caso, è stato davvero una salvezza.”
Hai dovuto portare via anche la tua famiglia da lì. “Sì, ma non è stato semplice, perché per loro significava abbandonare una vita che conoscevano. Ho dovuto parlare molto, spiegare, convincere.”
Che ruolo ha avuto tuo fratello? “Molto importante, perché da piccolo era lui a occuparsi della famiglia. Con il tempo il rapporto si è trasformato, ma è sempre rimasto un punto di riferimento fondamentale.”
Il ritiro di Lavezzi e il no al Barcellona
Quando hai capito davvero che era finita? “Nell’ultimo periodo in Cina ho capito che era finita. L’unica eccezione sarebbe stata il Central, perché mi era rimasto il desiderio di giocare lì, ma non si è concretizzato.”
Dopo il ritiro ti ha cercato anche il Barcellona. “Sì, sei mesi dopo mi arrivò quella chiamata per un periodo breve. Ma io avevo già scelto un’altra vita e dissi no subito, senza pensarci troppo.”
Il periodo più difficile dopo il calcio
Il dopo-carriera è stato complicato? “Sì, molto, perché quando si spegne tutto all’improvviso ti ritrovi davanti a te stesso. Ho vissuto ansia, momenti difficili e situazioni in cui ho capito che non mi stavo facendo bene.”
Quando hai capito di aver superato un limite? “Sicuramente quando mio figlio mi ha detto certe cose. Lì ho sentito che non potevo continuare così e che dovevo fermarmi davvero.”
Hai chiesto aiuto. “Sì, ed è stata la decisione giusta. Mi sono fatto ricoverare in una clinica, ci sono rimasto un mese e quel periodo mi ha aiutato a capire molte cose.”
La vita di Lavezzi oggi
Come stai oggi? “Sto meglio e continuo a lavorare su me stesso. Non è qualcosa che si risolve una volta per tutte, ma oggi ho più consapevolezza e più strumenti per affrontare ciò che arriva.”
È cambiato anche il tuo rapporto con la paternità? “Sì, perché con il mio secondo figlio voglio vivere tutte quelle cose semplici che con il primo non ho potuto vivere fino in fondo. Portarlo a scuola, accompagnarlo al parco, esserci davvero: oggi per me conta questo.”
Il calcio ti manca? “Sì, perché il calcio ti dà qualcosa che è difficile trovare altrove. Non so se un giorno ci tornerò in un altro ruolo, ma so che resterà sempre la parte più forte della mia storia.”
C’è un consiglio che ti è rimasto dentro più di altri? “Sì, quello di Diego Armando Maradona, quando mi disse di non perdere la famiglia perché è la cosa più importante. In quel momento non lo ascoltai davvero, ma col tempo ho capito quanto avesse ragione.”