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Caro Presidente, il Napoli non ha bisogno di Allegri e il motivo "è molto semplice"

di Davide Baratto

L'addio di Antonio Conte apre una delle fasi più delicate degli ultimi anni in casa Napoli. La scelta del nuovo allenatore non può essere solo una questione di curriculum o di carisma: è importante considerare la capacità di gestire un'eredità pesante, ma lo saranno altrettanto l'idea di gioco e la compatibilità con il progetto tecnico. Il Napoli costruisce da un decennio e oltre un'identità calcistica ben precisa, ha a disposizione calciatori con caratteristiche specifiche e non si può ignorare la direzione verso cui si sta muovendo il calcio moderno. Per questo motivo, Massimiliano Allegri non può essere la risposta. Proprio domenica, alla vetusta mentalità calcistica italiana è stata impartita una lezione storica: l'alfiere di questo pensiero non può essere la soluzione ai bisogni degli azzurri.

Una rosa costruita per dominare: l'opposto del calcio allegriano

Aurelio De Laurentiis lo ha detto chiaramente nella conferenza stampa di commiato a Conte: "Tenete presente che abbiamo una trentina di calciatori capaci, quindi con pochissimi nuovi innesti la squadra sarà estremamente competitiva". Il club farà poco mercato, forte di una rosa già profonda e di livello: questo significa che il nuovo tecnico dovrà valorizzare gli uomini presenti. Il patron azzurro ha aggiunto: "Abbiamo una squadra forte con tanti rientri che probabilmente per un tipo di gioco contiano avevano dei limiti. Per un altro allenatore, con un altro tipo di gioco, potrebbe andare benissimo". Quei calciatori, caro Presidente, non possono andare bene con il cortomusismo allegriano. Il Napoli vanta centrocampisti di spiccata qualità come De Bruyne, McTominay e Lobotka, esterni d'attacco tecnici e dinamici come Neres, Alisson Santos, Vergara... Una struttura pensata per aggredire e dominare: l'esatto opposto di ciò che concepisce il calcio di Allegri, fatto di blocco basso, pressione assente e fase offensiva delegata agli spunti individuali.

Il Milan di Max è l'ennesima prova che il catenaccio non funziona più

Il Milan 2025/26 è l'ennesima conferma che il calcio speculativo ha fatto il suo tempo, persino in Italia. I rossoneri sono la quart'ultima squadra della Serie A per indice di pressing, a testimonianza della volontà di lasciare il pallino all'avversario e di giocare sui suoi errori: il risultato? Quinto posto in campionato, appena la quarta miglior difesa e solo grazie all'incredibile forma di Mike Maignan che stando ai numeri ha evitato 11 gol. 35 reti subite a fronte di 46xG concessi. Insomma, la scuola "catenaccio e contropiede" non è più l'equivalente di solidità e risultati.

La lezione di Chivu, Fabregas e Gasperini

Il campionato appena concluso ha mandato un messaggio inequivocabile: anche in Italia, patria storica della difesa e del pragmatismo tattico, si va avanti con le idee. Cesc Fabregas porta il Como in Champions League con un calcio propositivo e riconoscibile - miglior difesa e secondo miglior attacco - costruendo insieme alla dirigenza una squadra pensata per le sue idee di gioco. Gian Piero Gasperini centra l'obiettivo con la Roma al primo anno senza mai rinunciare alla sua concezione di calcio aggressivo e verticale. La stessa filosofia che, almeno in parte, ha contribuito a scucire lo scudetto dalle maglie del Napoli: Cristian Chivu ha strutturato la sua Inter con una proposta offensiva coraggiosa, senza trincerarsi dietro la difesa del risultato.

Serve un allenatore con un'idea, non solo un nome

Il successore di Conte dovrà essere innanzitutto un tecnico con una proposta di gioco credibile e compatibile con la rosa azzurra. L'esperienza, la gestione delle pressioni e dello spogliatoio, non possono prescindere da un chiaro e coerente progetto tecnico. Il Napoli ha raggiunto i suoi fasti con allenatori come Maurizio Sarri e Luciano Spalletti - della cui gestione si conservano ancora diversi calciatori - che hanno valorizzato la tecnica, impostando un calcio di possesso e di dominio dell'avversario. I numeri e i risultati delle ultime quattro stagioni di Allegri sono fallimentari: incompatibilità senza appello. Ecco perché non Allegri, il motivo "è molto semplice", come la frase che cita spesso per descrivere la sua concezione del gioco del calcio. Semplicistico e superato.


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