Fontana: "Vergara? Forse poteva giocare di più anche quando c'era Neres"
Gaetano Fontana, ex centrocampista del Napoli, è intervenuto su Radio Tutto Napoli, prima radio tematica sul Napoli, che puoi ascoltare/vedere qui sul sito, in auto col DAB Campania o sulle app gratuite (scarica qui per Iphone o qui per Android).
Che succede al Napoli con tutti questi infortuni?
"Io esprimo ovviamente un mio pensiero. Non avendo elementi diretti, cerco di comprendere quello che sta accadendo. La mia deduzione è che quando sei costretto a disputare partite di altissimo livello, con richieste prestative elevatissime, a distanza di pochi giorni e con un numero ristretto di giocatori, il pericolo è sempre dietro l’angolo. Lo dicevano anche alcuni miei maestri in passato. Dal punto di vista muscolare paghi perché non hai il recupero necessario per affrontare l’impegno successivo con la stessa intensità. Senza un recupero psicofisico ottimale è facile incorrere in questi problemi. Inoltre, non potendo ruotare gli uomini come fanno le altre squadre, il rischio aumenta".
Dipende anche dai carichi di lavoro settimanali?
"Non credo che ci siano carichi eccessivi in settimana, perché giocando così tanto non puoi permettertelo. Purtroppo, quando inizia un periodo negativo, spesso sembra non finire più. Se poi agli infortuni muscolari si aggiungono quelli da contatto, come la caviglia di Neres, la situazione diventa ancora più complicata".
L’assenza di Neres ha inciso anche sulle gerarchie offensive?
"Sicuramente sì. Questo ha aperto uno scenario diverso, quello della presenza e della centralità di Vergara. Forse, se ci fosse stata l’opportunità di alternarlo con Neres, spezzando il ritmo, sarebbe stato meglio anche per lui. Oggi Vergara deve affrontare non solo un carico fisico importante, ma anche un peso emotivo e di responsabilità alla sua prima esperienza a questi livelli".
Conte ha sempre cambiato poco, anche quando la rosa era più ampia. Perché secondo te?
"Non posso saperlo con certezza, ma credo che probabilmente in quel momento non vedesse alcuni giocatori allo stesso livello di quelli che scendevano in campo. A volte, però, proprio nella difficoltà emergono sorprese positive. Quando sei costretto a giocare, devi per forza tirare fuori le tue qualità e alzare il livello".
Hai visto una crescita in Vergara?
"Sì. All’inizio vedevo tanta qualità tecnica ma una gamba poco pronta, forse anche per la mancanza di continuità. Oggi, dopo tre o quattro partite, vedo invece una gamba importante per quel tipo di impegno. A volte un atleta, sapendo di essere un po’ ai margini, tende inconsciamente a mollare, ma questo è un segnale negativo: l’occasione può arrivare all’improvviso e non ci sono scuse. Spesso si sente dire “il mister non mi vede” o “preferisce altri”, ma sono giustificazioni che ci costruiamo per spiegare i nostri insuccessi. Fa parte della crescita personale e professionale imparare a superare questi alibi".
Se il Napoli dovesse uscire dalla Champions contro il Chelsea, che valore avrebbe la stagione?
"I risultati contano, ma sono condizionati da tante situazioni. All’interno di una società seria non si banalizza dicendo “abbiamo fallito”. Ci si chiede perché e si analizza con serenità e obiettività. È evidente che qualcosa sia stato sbagliato e servirà per non ripetere gli stessi errori in futuro. Se vuoi competere su tutti i fronti devi avere una rosa lunga e qualitativamente alta. Napoli deve continuare a lavorare in questa direzione, perché i margini di miglioramento ci sono. Un anno storto può capitare, ma va analizzato senza isterismi".
Gli errori visti contro la Juventus da cosa dipendono?
"Dalla poca brillantezza, non dalla mancanza di attenzione o voglia. Quando devi raschiare il fondo del barile, a volte trovi poco. Può capitare anche a grandi squadre e a grandi giocatori".
Da ex centrocampista: quanto pesa per giocatori come Lobotka e McTominay non avere alternative?
"Pesa tantissimo. Gli errori che commettono non sono per incapacità, ma per stanchezza. Se fossero sempre brillanti dovremmo studiarli: significherebbe che non sono umani. Invece sono grandi campioni, ma restano uomini, e anche loro attraversano fasi di calo".