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Jeda sull'Italia: "Se metti gli esterni per stare bassi, allora metti i difensori"

di Fabio Tarantino

Jeda, ex attaccante del Cagliari, è intervenuto sulla nostra Radio Tutto Napoli, prima radio tematica sul Napoli, in onda tutto il giorno, che puoi vedere qui sul sito o ascoltare sulle app (qui per Iphone o qui per Android) ed in auto col DAB.

Perché si segna così poco nel campionato italiano?

"No, quando giocavo io erano gli attaccanti che segnavano, quindi si lavorava per far sì che arrivassero davanti alla porta e dentro l’area per fare gol. Probabilmente l’interpretazione del calcio è cambiata molto: c’è molta tattica, c’è una sorta di paura di prendere gol, quindi ci si focalizza troppo su questo aspetto. Questo è un problema di molte squadre del calcio italiano, che si concentrano troppo sul discorso tattico e difensivo. È vero che non devi prendere gol, però poi non valorizzi quello che hai davanti: se hai attaccanti o esterni forti, non li sfrutti. Se ti concentri solo sulla fase difensiva, poi non li rifornisci come si deve. Anche per esempio nella nazionale ho criticato l’interpretazione di un modulo che, secondo me, non c’entra niente con il calcio italiano."

Quello senza esterni?

"Esatto, perché gli esterni invece di sfruttarli in fase offensiva li metti in fase difensiva. A quel punto metti un difensore."

Ripercorrendo la tua carriera: già ai tempi dell’Arezzo si capiva che tipo di allenatore sarebbe diventato Antonio Conte?

"La cosa che si capiva in quel momento era che faceva un tipo di calcio di alto livello, basato molto sul ritmo di gioco, che è una delle sue caratteristiche. Allenatori come lui basano molto sul lavoro fisico e sulla prestazione del giocatore, perché durante la partita devono mantenere un ritmo molto alto per tanto tempo. Questa è una delle impronte di Antonio Conte che si vedeva già all’inizio. È chiaro che non puoi mai sapere fin dove arriverà un allenatore, però già dopo le esperienze di Arezzo e Bari si capiva che aveva un’idea di calcio molto interessante, di un altro livello. Tra il dire e il fare c’è differenza, ma lui quelle caratteristiche le ha dimostrate e continua a dimostrarle. Io lo considero un grandissimo allenatore."

Ti chiediamo un parere su Alisson Santos, giovane brasiliano del Napoli: che giocatore è?

"La cosa che mi piace di più è che non è facile interpretare i brasiliani, perché all’inizio quando arrivano qui hanno spesso difficoltà. Lui invece, anche quando giocava meno, ha sempre dimostrato le sue caratteristiche. È un giocatore veloce, forte nell’uno contro uno. Ma la cosa che mi stupisce è che non ha paura, non teme il confronto: prende la palla e punta l’uomo. Questo è ciò che va stimolato. Do molto merito ad Antonio Conte perché lo lascia fare e lo incoraggia. Spesso invece si dice ai giocatori di passare sempre la palla, ma allora quando dribbli? Quando salti l’uomo? Il calcio offensivo si basa sulla superiorità numerica e questa la crei con il dribbling, non con il passaggio. Per me è un giocatore interessante, in una piazza importante come Napoli, e ha dimostrato una personalità di alto livello."


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