Lucchesi non esclude il ritorno di Sarri: "Napoli è una piazza che può tornare di moda"
Fabrizio Lucchesi, ex dirigente della Roma, è intervenuto su Radio Tutto Napoli, prima radio tematica sul Napoli, che puoi seguire sulle app gratuite (scarica qui per Iphone o per Android), qui sul sito anche in video.
Direttore, De Laurentiis ha detto chiaramente: se Conte vuole andare via può farlo, ma deve dirglielo prima. È un’apertura all’addio o una strategia comunicativa?
“Le leggo sinceramente un po’ come una risposta a quella battuta che fece Conte, quando disse che se la Nazionale ha bisogno… insomma, non disse proprio così, ma il senso era quello. Quella frase poteva essere interpretata in maniera un po’ estensiva, forse troppo. In realtà non era proprio così, e Conte lo ha anche precisato. La risposta di De Laurentiis è questa: se vuole andar via per la Nazionale non lo proteggo, ma basta dirlo per tempo. Ci sta, la leggo in questa linea, anche perché spesso questo tipo di dialogo ha caratterizzato il rapporto tra loro e soprattutto la personalità del presidente.
Poi è chiaro, da una cosa nasce un’altra, un po’ di chiacchiere ci sono e vanno in giro. Si mette in moto quel meccanismo che a voi giornalisti piace tanto, quello delle smentite, delle non smentite… è una battuta. Poi esce fuori il nome di Sarri, che è un tecnico di grande eccellenza, che a Roma sta incontrando qualche difficoltà. Uno più uno può fare due, ma io, se dovessi scommettere un centesimo, direi che Conte resta".
Conte e De Laurentiis sono due grandi comunicatori. Qual è il loro vero obiettivo: rinnovare, restare insieme o preparare una separazione “morbida”?
“Io credo che Conte valuti di andar via solo davanti a una chiamata di una grandissima squadra, nazionale o internazionale. In Italia è difficile, all’estero magari arriva una proposta di quelle a cui non si può dire di no. Sarri è in una situazione particolare, magari sta riflettendo sul suo futuro, e Napoli potrebbe essere una piazza che torna di moda. Però credo che al momento siamo ancora lontani da una soluzione concreta.”
Quanto è cambiato Sarri rispetto a quello visto a Napoli e alla Juventus? Sarebbe pronto oggi per una squadra come il Napoli?
“Come tutti i professionisti, con il tempo e con le esperienze si cresce. Vale per direttori, allenatori e calciatori. Se fai questo mestiere, migliori.
Rimane un’impronta professionale, ma il modo di lavorare si modifica leggermente in base alle esperienze vissute, sia positive che negative.
Sul tornare in una città dove hai già lavorato, sono scelte molto soggettive: c’è chi preferisce non tornare per lasciare un buon ricordo o perché non si è trovato bene, e chi invece torna per confermare quanto di buono fatto o migliorarsi. Non c’è una regola, ogni situazione è diversa".
Lei ha conosciuto Sarri ad Avellino. Che ricordo ha di quell’esperienza?
“Sì, più o meno. Peccato perché lui mi ricordava bene, ma aveva anche un po’ ragione: fu un’annata molto disgraziata, difficile, complicata.
Io sono molto legato ad Avellino, quindi resta un grande ricordo, ma fu una stagione complicata. Era il 2007-2008.
Era il primo Sarri, quello della gavetta, che lavorava per lavorare. Veniva dalla Serie C, mi sembrava un allenatore con futuro e gli diedi quell’opportunità. Non aveva mai fatto la B e trovò delle difficoltà".
Tra i nomi accostati al Napoli c’è anche Gasperini. Che giudizio dà sul suo lavoro alla Roma?
“È un giudizio ottimo. Secondo me non aveva una rosa con qualità tali da competere per i vertici. Ha avuto tanti problemi, soprattutto infortuni, ma ha fatto un buon lavoro. Gli allenatori hanno bisogno di tempo per sviluppare il loro credo, il loro modo di intendere il calcio.
Ci sono state anche delle frizioni interne che hanno inciso sul rapporto. Però Gasperini era già uno dei nomi accostati al Napoli in passato, anche ai tempi di Mazzarri, e poi quando è stato scelto Conte. La stima resta, anche se quest’anno alla Roma ha avuto qualche difficoltà".
Come si gestiscono rapporti complicati tra figure forti, come nel caso di Gasperini e Ranieri?
“Bisognerebbe lavorare in prevenzione. Quando poi emergono pubblicamente certi contrasti diventa difficile ricomporli. Probabilmente all’inizio del rapporto c’erano delle basi diverse. La verità però la sanno solo i diretti interessati. Parliamo di due grandi profili, con storie importanti e grande stima reciproca. Il motivo vero lo conoscono solo loro, noi possiamo solo commentare. La società deve intervenire, perché alla fine chi paga è il club e i tifosi"