Prof. Albarella: "Infortuni? Macché preparazione, il Napoli non fa tournée! Ecco la causa"
Eugenio Albarella, preparatore atletico, è intervenuto nel corso di "Pausa Caffè" sulla nostra Radio Tutto Napoli, prima radio tematica sul Napoli, in onda tutto il giorno, che puoi ascoltare/vedere qui sul sito o sulle app (qui per Iphone/Ipad o qui per Android): "Infortunio McTominay? La difficoltà sta tutta nella capacità di entrare nella testa del calciatore. Il giocatore vuole sempre competere, vuole restare in campo, ma deve capire che in certi momenti non è il caso di accollarsi il rischio di un aggravamento. Parliamo di segnali che, se colti per tempo, possono essere gestiti in modo diverso. Fermarsi un secondo prima può evitare di arrivare a una vera e propria lesione".
Anche perché nel finale lo si è visto in difficoltà evidente.
"Sì, era chiaro che avesse un problema, tant’è che in un’occasione è stato costretto anche a calciare al limite dell’area pur non essendo nelle condizioni ideali. In questi casi è corretto intervenire subito: il calciatore è troppo importante, non solo per la partita in corso ma soprattutto per il futuro".
Il Napoli arriva da un periodo con tantissimi infortuni. Quanto incide il fatto di tornare finalmente a lavorare con una settimana tipo?
"Incide tantissimo. Avere la settimana tipo è una grande opportunità per qualunque allenatore e per qualunque staff atletico e medico. Estremizzando il concetto, il Napoli ha pagato oltre misura il dazio degli infortuni, che purtroppo nel calcio moderno stanno diventando quasi una costante, È chiaro che avremmo preferito tutti vedere il Napoli impegnato ogni tre giorni per continuare a inseguire determinati obiettivi, ma oggi la settimana tipo consente di rigenerare la squadra, recuperare chi è ai box e prepararsi al momento clou della stagione, quello che va da marzo fino a fine campionato".
Secondo lei il peggio è alle spalle?
"Il Napoli ha ancora diversi giocatori fermi, qualcuno sta rientrando, qualcuno lo ha fatto di recente. Abbiamo rivisto Rrahmani, che non aveva un problema grave, e Lukaku ha iniziato a fare qualche spezzone dopo un infortunio che lo aveva fermato già a ridosso di Ferragosto. Recuperare questi giocatori è fondamentale non solo per il valore tecnico, ma anche per la forza complessiva della squadra. È da oltre un mese e mezzo che il Napoli è ridotto ai minimi termini come organico e ha affrontato addirittura nove partite in 27 giorni. È normale che alcune siano andate bene e altre meno. Il fatto che oggi sia ancora nelle prime posizioni dimostra quanto sia stato importante reggere in una situazione così complicata".
Nove partite in 27 giorni sono ormai la normalità per una squadra di alto livello. Dove nasce allora il problema?
"Il problema non è il numero di partite in sé, quello rientra nella routine di un club di alto livello. Il problema è averle affrontate con una rosa ridotta e con giocatori difficilmente sostituibili. Questo ha aumentato il rischio infortuni. Penso a Di Lorenzo, penso allo stesso McTominay: sommando i minutaggi, avrebbero avuto bisogno di respirare un attimo. L’allenatore però non ha potuto permetterselo per ovvi motivi. L’auspicio è che ora, avendo limitato i danni, il Napoli possa prepararsi al rush finale nelle migliori condizioni possibili".
Un ascoltatore ci chiede se la situazione infortuni possa dipendere anche da una preparazione estiva con troppe amichevoli. È una lettura corretta?
"In realtà il Napoli è una delle poche squadre che mantiene ancora un format di preparazione abbastanza tradizionale. Le amichevoli rientrano in un percorso fisiologico di verifica dei carichi di lavoro. Molti club oggi fanno tournée con impegni fisici e nervosi altissimi, con trasferte lunghe e jet lag, che incidono anche sugli allenamenti cosiddetti “invisibili”. Il Napoli, invece, lavora in una comfort zone che permette di abbinare esigenze di business e lavoro sul campo. Le amichevoli, in quel contesto, non incidono in modo significativo sugli infortuni".
Dove sta allora la vera causa?
"Nei calendari sempre più compressi e nella scarsa possibilità per gli allenatori di allenare davvero alle intensità richieste dal calcio moderno. Negli ultimi anni non sono aumentati tanto i volumi quanto le intensità: oggi i giocatori corrono di più, più velocemente, con più cambi di direzione e più sprint. Si ha meno tempo per allenare queste intensità e la conseguenza logica è l’aumento degli infortuni. Ho visto recentemente Liverpool–Manchester City: anche loro, pur avendo rose di altissimo livello, avevano diversi indisponibili. È un problema del calcio moderno e, se non si inizierà a gestirlo seriamente alternando periodi di alta densità a periodi di rigenerazione, dovremo convivere con questi numeri".
Un’ultima riflessione: il calcio è cambiato anche fisicamente.
"Assolutamente sì. Un tempo un giocatore percorreva 8–9 km a partita, oggi quasi tutti superano i 10–12 km, con picchi di velocità oltre i 30 km orari. È cambiata la struttura fisica del calciatore, si fa molta più palestra rispetto al passato. Si gioca troppo e la sintesi è l’elevato numero di infortuni, non solo del Napoli ma di tante squadre nelle principali competizioni europee".