Da Zero a Dieci: l’acquisto dello svincolato, l’accusa al mercato, la scelta assurda di Josè e gli inutili discorsi sulla clausola di Dries
(di Arturo Minervini) - Zero alla freccia avvelenata del fato, che si infilza nel tallone di Achille proprio nel momento in cui inizia a sentirsi invincibile. Nella fattispecie, a vestire i panni del Pelide è quel Faouzi che stava mettendo a ferro e fuoco la corsia mancina. L’equilibrio perfetto, i meccanismi oliati che fanno il rumore della felicità. Due mani che si incastrano alla perfezione, che combaciano senza lasciare spiragli. Poi succede che qualcosa va storto, che devi rivedere tutti i tuoi piani. Accade anche nella vita e non sempre riesci a riorganizzarti in fretta e furia. Succede così anche al Napoli, privato di certezze nel momento dove l’ego era più gonfio. Le divinità non perdonano mai chi si sta avvicinando troppo al loro monte.
Uno il cartellino giallo di Koulibaly a tempo praticamente scaduto. Una sciocchezza enorme quanto la sagoma imponente di Kalidou, che salterà la decisiva sfida allo Shakhtar. Diventare grandi significa anche riuscire a gestire emozioni e parole. Quell’ammonizione è più inutile di un digestivo durante lo sciopero della fame.
Due semi di girasole piantati nel terreno del San Paolo. Danilo approfitta dell’excursus bucolico che Insigne gli regala al minuto 56’ per dedicarsi al suo pollice verde che nemmeno Luca Sardella. La doppia finta di Lorenzo, l’ex Real Madrid che arranca al terreno scivolando lateralmente come Steven Bradbury sul ghiaccio resterà una dei fotogrammi più belli di una serata sfortunata. E quella traversa trema ancora…
Tre punti in quattro gare. Resta questo dato statistico, come sempre da analizzare. La gara in Ucraina potrebbe diventare il grande rimpianto di questa Champions, così come un calendario che ha messo di fronte il doppio confronto con il City proprio nella fase calda. Altro sarebbe stato affrontare gli inglesi già qualificati. Ora restano due gare da vincere, sperando che Pep si ricordi di Maurizio quando andrà ad affrontare lo Shakhtar.
Tre bis, come i minuti in stagione di Mario Rui. Una miseria, chiaramente. Una colpa, probabilmente, affidarsi ad un giocatore che a novembre non pare essere ancora completamente al top. Solo le prossime gare ci diranno quanto questo rischio fosse calcolato. Ora sentirete parlare di un Napoli che compra svincolati, di nomi improbabili, magari qualcuno proporrà anche di ripescare Mauro Milanese. Lasciate perdere…
Quattro gol subiti restano comunque tanti, troppi. Ancora due reti su calcio piazzato, come le banderillas di Ramos che ‘matarono’ gli azzurri a marzo. Scrivevamo in estate del problema fisicità evidente, la società ha risposto con Mario Rui (168 cm) ed Ounas (172 cm). Come avere problemi di vista e comprare l’uomo talpa dei Simpson. Come avere problemi di udito e comprare il fantastico Paolo Panelli di Grandi Magazzini. A questi livelli questa carenza atletica il Napoli, così strutturato, sarà destinato a pagarla sempre.
Cinque al processo di avvicinamento alla gara di Premium. A pochi minuti dal match si parla della clausola di Mertens (giustamente attuale), della possibilità di perderlo perché 28 milioni sono pochi e del bla bla bla bla bla… E ancora bla bla bla bla bla bla… Ah, poi Guardiola ha ricevuto la statuetta del Presepe, la pizza da casa, Cesari che prova a parlare in napoletano. Uno sfinimento psicologico, quando vorremmo sentir parlare di calcio e di una gara di altissimo livello.
Sei metri dalla porta. La solita mattonella. Un finale che nella testa dei tifosi era già scritto. Quella palla calciata con il diagonale velenoso, senza cercare forza ma trovando l’angolino basso con la precisione. Era un film già visto, come quando riguardi Rocky ed aspetti che Ivan Drago vada al tappeto conoscendo a memoria il pugno che lo ‘spiezzerà’ in due. Così abbiamo vissuto quei momenti di Josè davanti ad Ederson. Istanti infiniti, la parola gol che inizia a nascere nelle viscere e scalpita per uscire. Poi accade l’impensabile. La routine viene sconvolta, Josè spara addosso ad Ederson. È solo il primo atto del mefistofelico piano che si compirà nell’atto tragico concluso da Aguero pochi secondi dopo. È il calcio in tutta la sua crudezza. È metafora della vita che non ti perdona mai nulla. Per questo ci piace così tanto…
Sette ad un sontuoso Jorginho. Il saltello con il quale manda fuori giri Ederson dal dischetto segna idealmente l’ascensione del brasiliano ad un livello superiore. Tanta consapevolezza nella gara del regista, che dirige l’orchestra mirabilmente. Poi il fiato inizia a scarseggiare per tutti e la bacchetta diventa un fardello da portare con fatica. Eppure è uno dei pochi a non perdere lucidità, facendo sempre la cosa più semplice. Che in molti casi è anche quella giusta.
Otto a questa doppia sfida con il maestro Pep. Per essere il migliore devi battere i migliori, ma in alcuni casi ci devi anche perdere. Perché dalla sconfitta nasce solo vittoria, perché la sconfitta è prontuario che ti permette di affrontare e gestire in futuro situazioni simili. Una cartina nella giungla, una bussola che ti indica la luce la prossima volta che ti sentirai disorientato. A certi tavoli devi sederti, uscirne spennato come Matt Damon in The Rounders. Perchè “Pochi giocatori si ricordano delle vincite, anche se sembra strano, ma ognuno ricorda con esattezza le sconfitte della propria carriera. Ed è vero. Perché ricordo a malapena come sono riuscito a metter via il mio gruzzolo, ma non riesco a dimenticare in che modo l'ho perso”. Lezioni fondamentali per il futuro.
Nove ad un sublime Insigne. Controllo e tiro nel gol, il tour napoletano regalato a Danilo sulla traversa, il sombrero in mediana sono dettagli di una gara giocata da leader vero. La cattiveria delle falcate, la testa alta, la fierezza nello sguardo a sfidare i titani inglesi sono tratti epici di una serata che conferma quanto visto nella doppia sfida contro il Real Madrid. Il carattere è la vera forza di Lorenzo, quella fame calcistica alimentata nei vicoli del suo curriculum da scugnizzo. L’erba del San Paolo diventa quasi nera sull’estremità, bruciata dal fuoco vivo che arde nelle vene di un sangue azzurro ferito. Ci ha provato in ogni modo e non esiste sconfitta nel cuore di chi ha lottato come lui.
Dieci alle facce dei tifosi del Napoli a fine gara. Ai sorrisi, alla serenità, alla leggerezza che Maurizio Sarri ha esportato a Fuorigrotta. Solo applausi per un Napoli che per mezz’ora ha strapazzato il City come fosse un uovo in una cucina inglese a colazione. Canta il San Paolo, con il City che palleggia peccando di una vanità che appartiene anche al Napoli e che dunque non può essere discussa. Se ne frega di Aguero e di Sterling, ha occhi solo per quelli di azzurro vestito che hanno dimostrato di potersela giocare con i più grandi. Di poterli spaventare, di massacrarli (cit. Peppino) fino a quando l’intervento della sfiga non ha fatto saltare i piani di Sarri. La grande lezione dell’uomo in tuta, un’eredità coltivata con la semplicità dell’uomo comune, rivoluzionario nelle idee, tremendamente eccezionale nella sua semplicità. Viva Sarri. Viva il Sarrismo. Viva il calcio così concepito. Viva Napoli.